Polignano a Mare (BA)


Comune della provincia di Bari


Polignano a Mare: un “affaccio” sulla storia millenaria del “Ballo di San Vito”

Affacciarsi dalle balconate a strapiombo sull’Adriatico di Polignano a Mare (Bari) è un rito per molti pugliesi ed è un’emozionante esperienza per i turisti, che stupiti cercano di fotografare con lo sguardo un momento intimo e magico; scrutare l’orizzonte da un punto di vista tanto singolare significa un po’ perdersi, immaginare altre terre ed altri luoghi, avere l’impressione di ascoltare storie lontane, per poi ritornare a se stessi e ritrovarsi.

E quel mare ci racconta davvero una storia millenaria, fatta di dolore,  di guarigioni miracolose, di “balli sfrenati”. Il patrono di Polignano è San Vito, le sue reliquie giunsero proprio dal mare nel 801 d.c. e la sua santità è legata al misterioso “Ballo di San Vito”. Era un santo taumaturgo, aveva il potere di guarire dall’epilessia, dall’isteria, dall’ossessione, da tutti quei mali oscuri ai quali nel medioevo non si sapeva dare un nome ed il cui fenomeno è stato definito della “danzimania”, legato a filo doppio con il “tarantismo” salentino.
Nel medioevo, infatti, si diffuse come una pestilenza una patologia che nel mese di giugno, durante la raccolta del grano, colpiva inesorabilmente la popolazione contadina sia nord-europea, sia meridionale italiana, in particolare salentina. Nello specifico attaccava le donne che come in preda ad una possessione demoniaca, si dimenavano incessantemente, piangevano per giorni, erano prese dal tormento e dalla malinconia, si percuotevano, deliravano.

Vi fu ovviamente l’intervento della Chiesa, che temendo questa gente fosse posseduta dal demonio, la affidò alle cure di alcuni santi taumaturghi, in particolare San Vito, San Giovanni e San Paolo, il cui festeggiamento avviene proprio nel mese di giugno. Si mandavano i “danzatori” in pellegrinaggio verso i luoghi di culto dedicati a questi santi e li si faceva ballare a suon di musica fino allo sfinimento. Si racconta infatti che dopo alcune ore di ballo sfrenato,  essi venissero liberati dall’ossessione per l’intero anno successivo.

Nel Salento si diffuse la credenza che gli ammalati venissero pizzicati da un ragno, il cui veleno desse effetti simili a quelli dati dal morso della Tarantola: ecco perché l’altro nome di “tarantismo”, da cui l’ormai famosa “notte della taranta” durante la quale si balla appunto “la pizzica”.

Tali sono le credenze religiose e popolari, ma l’approccio medico e scientifico ci rende ben altra risposta: Ergot: un fungo, un parassita della pianta del grano ed affini, detto anche “segale cornuta”.
I contadini poveri del sud Italia (soprattutto le donne) a giugno venivano reclutati per la raccolta del grano e poi si nutrivano  in particolare con la segale. Toccando le spore tossiche durante la raccolta e mangiando pane infetto, si diffondeva un morbo che oggi conosciamo come “ergotismo”, caratterizzato da sintomi neuroconvulsivi di natura epilettica.

Non erano indemoniati, non erano folli, non erano isterici: bensì avevano le convulsioni e “ballare” per ore gli consentiva di espellere le tossine e trarne giovamento; ragion per cui sembravano guarire.
Come sia poi diventato un fenomeno collettivo e travolgente ed abbia pertanto lasciato cicatrici profonde nel substrato culturale e sociale pugliese, è un’altra storia; di sofferenza, di miseria, di voglia di riscatto.