Morano Calabro (CS)


Comune della provincia di Cosenza


CHE COSA VEDERE A MORANO CALABRO

Tra i centri storici più affascinanti di tutta la Calabria, il borgo offre un’impressionante raccolta di opere d’arte

Prendete un colle, il più possibile simile a un cono. Poi iniziate a ricoprire di case i suoi fianchi regolari e arrotondati. Sulla cima, ovviamente, ponete un castello, però magari aggiungetevi anche una chiesa, con tanto di facciata bene evidente e di campanile. Poi aspettate che il sole cali e, in quella luce crepuscolare che i fotografi chiamano “ora blu”, accendete a una a una le luci delle case, mentre il fondale del cielo non è ancora nero ma, appunto, blu, blu cobalto, blu come… Ma certo! Come la carta che si usa per il cielo dei presepi! E forse che quello che ora avete davanti non appare come un paese-presepe? Una definizione a cui i 5mila abitanti di Morano Calabro sono abituati, visto che è diventata quasi un luogo comune. Ma che importa. Il piccolo borgo, ai confini settentrionali della Calabria, è davvero uno scenografico gioiello in pietra, con le case addossate le une alle altre e, sullo sfondo i monti Pollino (2248 mt), Serra Dolcedorme (2267 mt) e Serra del Prete (2181 mt). Di fatto, dunque, Morano Calabro è uno dei centri storici più intatti e affascinanti della provincia di Cosenza e di tutta la Calabria.

Da dove deriva il suo nome? Lo stemma cittadino, con la testa di un moro sopra tre colli conici (Morano, Sant’Angelo di Colloreto e Pietrafoco), sembra farlo risalire all’insidia che al paese sarebbe stata portata dai saraceni, ovvero dai mori. La storia, che come spesso accade si confonde con la leggenda, racconta che i moranesi (forse) nel 1076 sconfissero un’orda di saraceni, probabilmente saliti dalle coste dello Jonio, e portarono la testa del condottiero saraceno in trionfo per le strade del villaggio. Bella storia. Peccato però che poi gli archeologi, dentro la storia di Morano, hanno voluto ficcare il naso. E hanno portato alla luce, a Polla, una pietra miliare che segnava le distanze sulla Via Popiliannia, costruita dai Romani nel 159 a.C.: sulla lapide compare, per la prima volta, il toponimo Muranum. Non basta: in un itinerario del IV secolo d.C. il paese viene citato come Summuranum.

Insomma, Morano esisteva già in epoca romana. Va dunque scartato il legame fra nome del paese e presenza in zona dei Mori, dato che gli sbarchi saraceni avvennero un millennio dopo quella lapide. Se poi fosse vero che Morano esisteva già nella Magna Grecia, allora potrebbe aver ragione la tesi degli storici che fanno risalire il nome al verbo greco “merùo”, cumulare. Tesi anche questa debole, perché le case di Morano hanno assunto questo aspetto a cumulo in epoche ben posteriori. Più facile forse che il nome rimandi a qualche ricco proprietario terriero che possedeva il paese in età romana. Esiste anche un altro Morano, in provincia di Alessandria: per distinguere i due comuni, subito dopo l’Unità d’Italia, re Vittorio Emanuele fece aggiungere a quello piemontese il suffisso “sul Po”, e a quello meridionale l’aggettivo “Calabro”. Anni che precedettero la grande povertà e la grande emigrazione dei moranesi, partiti a migliaia tra il 1881 e il 1901, soprattutto verso il Brasile: si calcola che attualmente circa 20mila abitanti di Porto Alegre, città brasiliana ora gemellata con il borgo calabrese, siano di origini moranesi.

Morano Calabro, dunque. Per verificare che non solo appare da lontano un paese-presepe, ma che lo è davvero, occorre immergersi nella sua atmosfera un po’ magica, infilarsi nel dedalo di viuzze, tortuose e in forte pendenza, in parte scavate nella roccia, che s’infilano in un compatto tessuto di case, chiese, monasteri, archi, portali, sottopassi, scalinate, piazzette. Gli scorci fanno pensare a Escher: e infatti il grande incisore olandese visitò Morano Calabro nel 1930 e ne ha lasciato una splendida rappresentazione speculare, nel senso che il paese e il paesaggio circostante sono da lui raffigurati alla rovescia, come se fossero visti allo specchio.

Il borgo però offre anche la possibilità di scoprire un’inattesa quantità di opere d’arte, firmate anche da artisti di primo piano come il veneto Bartolomeo Vivarini e il toscano Pietro Bernini, che lavorò molti anni nel Regno di Napoli (proprio la popolana napoletana Angelica Galante lo rese padre di quell’eccelso genio del barocco che sarebbe stato il figlio Gian Lorenzo). Si tratta di opere oggi custodite forse con più cura che in passato, quando le chiese di Morano (da poco riaperte e restaurate dopo il sisma del 26 ottobre 2012) subirono ricorrenti furti. Qualcuno potrà stupirsi di come le chiese di un borgo sperduto come Morano possiedano così tante opere. Occorre considerare però che sotto il Regno di Napoli il paese ebbe una notevole importanza, culminata nel Settecento in quello che fu per Morano il “secolo d’oro”, un’epoca i cui si scatenò, fra le chiese dei SS. Pietro e Paolo, di San Nicola e della Maddalena, una sorta di gara artistica e architettonica per vedersi riconosciuto l’ambito titolo di chiesa matrice e di arcipretura.

Prima di addentrarsi in paese vale la pena, nei pressi della Villa Comunale, di entrare nella chiesa tardo-gotica di San Bernardino da Siena, un raro esempio di architettura monastica del Quattrocento in Calabria (proprio al monastero di San Bernardino appartenevano i bellissimi giardini ora della Villa Comunale, citati già in testi del Seicento). Fondata nel 1452 da Antonio Sanseverino principe di Bisignano e consacrata nel 1485 dal vescovo Rutilio Zeno, fortemente manomessa nel Seicento e nell’800, è tornata alle forme originali grazie a un restauro a metà XX secolo. La facciata è preceduta da un portico a quattro arcate, rifacimento seicentesco di quello originario, alle cui pareti interne rimangono frammenti di affreschi del 1499 molto deperiti. Sopra il portico si apre una finestra (un’altra molto più bella è al lato del portico, più in basso a destra). La chiesa ha due portali: quello maggiore, in pietra arenaria a sesto acuto, in conci di pietra e cordonature che poggiano su colonne, è opera di maestri calabresi di formazione napoletana (1485) e conserva le ante lignee quattrocentesche. Il portale minore, a sinistra, è durazzesco. L’interno è a una navata unica, con alte e nude pareti e un soffitto ligneo carenato del 1538, di tipo veneziano, con monofore leggermente trilobe (avevano vetrate colorate di rosso in bianco, che sono un esempio unico per la Calabria). A destra si aprono, con altri archi ogivali, due ampie cappelle con monofore. Al centro, sotto all’arco santo, al di sopra della trave-catena, domina la scena un grande, drammatico crocifisso ligneo del Quattrocento, attribuibile a uno scultore meridionale, che porta la scritta “Hic me solus amor non mea culpa tenet”. Proprio sotto al crocifisso si trovava un tempo un grandioso polittico di Bartolomeo Vivarini, firmato e datato 1477, forse dono del vescovo Rutilio Zeno. Rubato, poi recuperato, quindi a lungo custodito a Cosenza, è stato infine restituito a Morano, dove però si è deciso di spostarlo poco più a monte, nella sagrestia della Collegiata di Santa Maria Maddalena (ne parliamo successivamente). La chiesa di San Bernardino conserva comunque all’interno un cospicuo numero di pregevoli opere d’arte: un pulpito ligneo del 1611, intagliato con figure di santi a bassorilievo; una statua di San Bernardino scolpita e dorata nel ‘600; una Vergine Immacolata dipinta da Daniele Russo nel Seicento. Importante anche il coro ligneo, intagliato nel 1538. In sagrestia si trovano poi i frammenti di un polittico di ignoto autore di inizio Cinquecento rappresentante San Pietro, san Giovanni Battista, Cristo e gli apostoli. Bello infine l’adiacente chiostro quattrocentesco, a pianta quadrata e con loggette divise da pilastrini ottagonali.

Dalla Chiesa di San Bernardino si sale poi rapidamente alla Piazza Giovanni XXIII, sempre nella parte bassa del paese. Nella piazza, accanto al Municipio, sorge la Collegiata della Maddalena, una delle più grandiose chiese barocche calabresi. La chiesa fu costruita fa Cinque e Settecento, poi fortemente barocchizzata da Donato Sarnicola nel 1732, mentre l’ampia facciata neoclassica fu aggiunta nel 1844. A caratterizzarla notevolmente, rendendola visibile da ogni angolo del paese, sono il campanile (del 1817) e la cupola (del 1794) che nel 1862 furono ricoperti da lucenti mattonelle maiolicate verdi e ocra, in stile campano. L’interno della collegiata è a tre navate e a croce latina. Innumerevoli le tele e le statue nelle cappelle laterali, nel transetto e nella sagrestia. 

E proprio nella stessa sagrestia vale la pena di dirigersi subito, per ammirare, nella cappella di San Silvestro, l’opera più importante del patrimonio artistico di Morano Calabro: il polittico di Bartolomeo Vivarini (di cui si diceva prima) che dal 1995 ha qui trovato una collocazione più sicura rispetto alla chiesa di San Bernardino dove era rimasto per secoli, prima di essere trafugato e infine recuperato. Sono le stesse ragioni per cui sono molte le opere di altre chiese moranesi che sono state spostate nella chiesa della Maddalena, facendone una specie di chiesa-museo. Si tratta di un’opera di grandi dimensioni (260×200 cm), forse commissionata dai Sanseverino di Bisignano, allora signori di Morano, e probabilmente giunta in Calabria via mare da Venezia (un altro trittico dell’artista veneto è nella chiesa di San Giorgio a Zumpano, vicino a Cosenza). Il polittico raffigura ben 25 statue di santi, di diverse dimensioni, quasi tutti legati alla storia e alla spiritualità del movimento francescano. Le figure più grandi sono quelle, al centro del polittico, della Madonna con Bambino in trono e, ai suoi lati, di san Francesco d’Assisi e di san Bernardino da Siena, il santo predicatore per la cui chiesa muranese il dipinto era stato commissionato. Cristo in pietà, Sant’Antonio da Padova, San Ludovico di Tolosa, San Giovanni Battista, San Nicola di Bari, Santa Caterina d’Alessandria, San Girolamo, Sant’Agostino, Santa Chiara e il Cristo benedicente tra gli apostoli.

Tornati in chiesa, si apprezzerà nella navata centrale il pulpito ligneo di noce con una ricca decorazione a intarsi e intaglio. Lo realizzò nel 1792 la bottega di un bravissimo intagliatore napoletano, Agostino Fusco, che si era però trasferito e insediato con la famiglia a Morano. Sempre della sua bottega sono il leggio e il coro in legno di noce dietro all’altare maggiore, con i suoi 14 stalli intarsiati con eccezionale maestria. Si tratta di opere che fanno a gara con le opere di alta ebanisteria realizzate dagli stessi Fusco nelle altre chiese del paese, opere il cui vertice è forse ragigunto nel leggio e nel coro della chiesa dei santi Pietro e Paolo. Sopra al coro, sulle pareti dell’abside compaiono quattro dipinti con storie della vita di Maria Maddalena, opere dello spagnolo Pedro Torres, pittore attivo a Napoli dal 1591 al 1603, e molto presente anche a Morano, dove dipinse pure le pale delle chiese del Carmine, di San Nicola e di San Pietro. Nel transetto destro si segnala una Madonna degli angeli in marmo, anch’essa un tempo in San Bernardino: è opera di uno dei più noti scultori del Rinascimento siciliano, l’ancora ventisettenne Antonello Gagini, che la scolpì nel 1505 mentre partito da Messina stava compiendo un viaggio a Roma, dove sarebbe rimasto impressionato dall’opera di Michelangelo. Nel transetto sinistro, sono probabilmente da attribuire a Pietro Bernini o a un suo allievo i due leggiadri Angeli, in marmo bianco e di ottima fattura, inginocchiati in preghiera ai lati di un magnifico ciborio/tabernacolo: rimasti diversi anni in restauro presso la Sovrintendenza di Cosenza, sono stati restituiti alla chiesa della Maddalena nel 2012. Un’altra statua marmorea si staglia fra i marmi policromi dell’altare maggiore, nella sua parte superiore: raffigura ovviamente la santa cui è dedicata la chiesa, Maria Maddalena, forse opera di Cosimo Fanzago, noto artista napoletano attivo in molti cantieri meridionali nella prima metà del ‘600.

Usciti dalla collegiata della Maddalena, val la pena dare un’occhiata, accanto alla sede comunale, alla cappella di Santa Maria del Carmine, un tempo sede della Confraternita del Carmine che gestiva l’ospedale, fondato nel 1570 dell’edificio che ospita ora il Municipio. Opera principale all’interno è la pala dell’altare maggiore, eseguita da Pedro Torres nel 1594 e raffigurante la Madonna col bambino tra san Francesco di Paola e santa Lucia. Nella chiesa del Carmine è possibile visitare l’esposizione permanente di arte sacra “La Veste della Sposa”, un percorso dal Quattrocento all’Ottocento fra i tesori appartenenti alla Collegiata di Santa Maria Maddalena e alla Congregazione del Carmine. Un importante operazione di recupero ha fatto sì che gran parte delle opere d’arte siano tornate a Morano e rese fruibili, sotto la supervisione del parroco don Gianni Di Luca. Di recente sono tornati, dopo un lungo restauro, due splendidi paliotti veneti su cuoio, settecenteschi, attribuiti niente meno che al veneziano Francesco Guardi o alla sua scuola.

È tempo però di iniziare davvero a salire, attraverso il labirinto di scalinate e di vicoli del quartiere dei Lauri che conduce al punto panoramico di Porta Ferrante, ottimo punto di osservazione verso i monti del Pollino e i paesi vicini a Morano, ma anche sulle cupole maiolicate della chiesa della Maddalena e sui tetti dell’intricato rione San Nicola, un tempo abitato da una fiorente comunità ebraica, tanto che il quartiere viene pure chiamato Giudea. Alla presenza ebraica i paese è legato un piccolo segreto celato nella chiesa di San Nicola, nella quale si conserva una statuetta in alabastro bianco della Madonna di Trapani (fine XVI sec.), copia di quella che Nino Pisano eseguì verso il 1345 per la chiesa dell’Annunziata di Trapani. La chiesa di San Nicola è strutturata su due livelli: il superiore, edificato tra il 1450-60 d.c. ma successivamente barocchizzato, dedicato a San Nicola; quello inferiore, di epoca precedente, dedicato a Santa Maria delle Grazie. Bene: pare che il livello inferiore fosse utilizzato dagli ebrei come una sinagoga segreta, dove andare a pregare di nascosto, dopo aver transitato attraverso la parte superiore del tempio, mescolandosi fra i cattolici.

Dopo tante salite e tante chiese, appena dietro San Nicola si può fare una pausa visitando il Museo di Storia dell’Agricoltura e della Pastorizia, che in nove sezioni documenta la realtà agropastorale nell’area del Pollino, dall’allevamento alla lavorazione manuale della lana, della seta, del lino, esponendo un migliaio di attrezzi, utensili e oggetti di uso domestico, carri, vestiti, oltre a carte dei luoghi, fotografie d’epoca, materiale iconografico.

Ora occorre però raccogliere il fiato per fare un ultimo sforzo, puntando alla sommità del “cono” di Morano: verso la Collegiata dei SS. Pietro e Paolo, la chiesa più antica di Morano (risalente al Mille, anche se poi barocchizzata) e verso la retrostante chiesa dell’Annunziata, dalla cui balconata il panorama lascia senza fiato, per arrivare infine ai pittoreschi (e altrettanto panoramici) ruderi del castello normanno, di cui restano in piedi un torrione e delle muraglie. Nella chiesa dei Gloriosi Apostoli Pietro e Paolo si ritrovano i nomi, già incontrati, dello scultore Pietro Bernini e degli intagliatori Fusco. Del primo si possono apprezzare due coppie di statue marmoree: i patroni della chiesa moranese San Pietro e San Paolo, scolpiti nel 1601, e popi Santa Caterina d’Alessandria e Santa Lucia, che erano realizzate da Bernini nel 1592 per la chiesa degli agostiniani di Colloreto. Della bottega dei Fusco sono stati realizzati, nell’abside, il leggio e il coro con sedici stalli in legno scolpito e intarsiato con dodici dipinti a olio degli apostoli nei fastigi degli stalli. La complessa opera, il cui stile rococò apparve all’epoca modernissimo e in line con le tendenze allora i auge nell’arte europea, richiese tredici anni di lavoro: fu iniziata da Agostino Fusco nel 1792 e terminata dal figlio Mario nel 1805. Le opere più antiche custodite in chiesa risalgono al Quattrocento: un bassorilievo su pietra dalla tomba della famiglia Fasanella, feudataria di Morano; un affresco della Madonna delle Grazie, nel primo altare della navata sinistra; una raffinata Croce processionale astile d’argento, sbalzata e cesellata con figure, datata 1445 e probabilmente realizzata da argentieri napoletani.

Pochi passi dividono infine la chiesa dei santi Pietro e Paolo dagli scenografici ruderi del Castello normanno-svevo, con gli occhi vuoti delle sue finestre che lasciano intravvedere il cielo azzurro, in splendida posizione là dove doveva già esistere una torre d’avvistamento romana, a dominare tutta la valle del fiume Coscile (l’antico Sybaris ai tempi della Magna Grecia). Il Castello vero e proprio sarebbe però stato eretto durante le Guerre del Vespro esplose in tutto il Sud dopo i Vespri siciliani del 1282, e sarebbe poi stato sostanzialmente rifatto nei primi decenni del Cinquecento, per opera del feudatario Pietrantonio Sanseverino, che lo volle simile al Maschio Angioino di Napoli. Era una rocca importante, a tre piani e a pianta quadrata, con sei torrioni cilindrici, circondata da un fossato con ponte levatoio. Bombardato dai francesi nel 1806, il castello andò incontro a una rapida decadenza. I materiali con cui era stato costruito vennero portati via e poco rimase in piedi. Sono le recenti ristrutturazioni hanno consentito di recuperare tratti delle sue facciate, due torrioni frontali e alcuni locali interni, ora utilizzati per mostre ed eventi culturali.

Avendo tempo, poi, si può visitare, appena sotto il paese, il convento dei Cappuccini,con gli interessanti altari barocchi in legno intagliato della sua chiesa e il bel chiostro secentesco. Più lontano, alle pendici del Pollino a sette chilometri dal paese, si trovano invece i ruderi del monastero di Colloreto, fondato nel 1546 e rimasto assai importante fino alla definitiva soppressione, con le leggi murattiane del 1809.